Il Dipinto
Non ci sono i rumori soliti che mi accompagnano durante il giorno e la sera.
I ragazzi che giocano, il vociare dei giovani davanti al bar, i loro arrivi e partenze con “sgommate” da posta, l’orario scandito dalle campane.
Sì è proprio strano il tema del silenzio come colonna sonora. Talmente strano da apparire normale, consono per i momenti che sto passando con le mani ancora sporche di colore, seduto con la solita sigaretta e… un vago senso di rilassamento e di soddisfazione mentre guardo la parete dell’abside appena ultimata.
E per un attimo il flash delle prime visite al S. Pio X di alcuni mesi fa, quel grande fondale bianco, la voce dolce di Lino che mi elencava i temi, i soggetti che avrebbero preso corpo, e subito… “quella” Resurrezione, quella grande zona luminosa centrale che adesso, a luci spente mi appare realizzata in tutto in tutto il suo effetto e in tutto il suo significato.
E se è vero che l’oscurità fa risaltare il momento finale dell’apoteosi evangelica, la stesura di una sintetica catechesi, mi impone di… riaccendere le luci e ripercorrere i suoi punti salenti con il viso di Maria dolce e stupito nell’annunciazione, silenzioso e intenso nella Crocifissione, sereno e invitante alla preghiera nelle Pentecoste.
Tre volti di Maria, tre volti del Cristo. L’intercalare delle espressioni è stato fondamentale negli studi preparatori.
Ho sempre fortemente voluto che l’interiorità trasparisse nei volti che hanno finora popolato i miei lavori.
Desidero che l’osservatore, per quanto le mie capacità lo consentano, si senta coinvolto in uno stupore, in una dolcezza, in un dolore, proprio attraverso la linea di una bocca o l’impostazione di una pupilla. Magari a scapito di elementi decorativi o secondari che potrebbero distogliere l’attenzione su quanto espresso; magari con linee somatiche non proprio da modelle o attori: l’importante è che il soggetto sia “bello dentro”.
E a questo punto approfitto per spendere due parole sul “mio” crocifisso. E’ in secondo piano come linea d’orizzonte rispetto ad altri soggetti per alcune ragioni, non ultima quella prospettica, ma il Suo volto ho cercato di renderlo intenso nella situazione fra il sofferente e dormiente, con quella linea della bocca che pare schiudersi o forse… “è sempre rimasta aperta”, e con quel braccio destro che, pur maciullato e sfigurato termina la sua agonia in una ultima tensione delle dita (Sintesi umanistica di vita e morte) (Severino Dianich).
“L’altro Cristo” che mi premeva realizzare secondo i miei intendimenti, (come è lungo il percorso fra idea e realizzo; lungo e faticoso. Bisogna essere sorretti da forme metafisiche di tenacia, convinzione, coerenza… quasi come nella Fede. nda), l’altro Cristo, dicevo, è quello di Emmaus: la serenità è presente in quella Sua trasparenza, in quel Suo consapevole gesto ed esaltata dal comprensibile smarrito stupore di chi lo affianca. Unico comune denominatore con il Cristo in croce, la linea di terra che si allaccia al Golgota.
A questo punto dovremo ricongiungerci al Cristo risorto. Ma la notte, questa ultima notte di lavoro è ancora lunga e allora… continuo a vagare fra passato e presente, fra i primi studi dei gruppi, la scelta cronologica per una loro corretta narrazione, il “plastico di cartone” a tre facce dell’abside che dava già un’idea precisa di quello che avrei combinato di lì a pochi mesi. O meglio cosa, quei personaggi, mi avrebbero fatto combinare perché come spesso accade riescono a volte a prendermi la mano… e non solo…
E dunque credo, nel mio piccolo, di aver cercato di capire “questa” Maria, nella sua solitudine e dolcezza: l’angelo … due mani, due stati d’animo e il silenzio intorno fatto di immagini indefinite.
Il contrasto, l’opposto a confronto, un “notturno di Chopin interrotto dalla cavalcata delle Valkirie”. Ecco dunque il paesaggio spigoloso (e non solo architettonico) fra Annunciazione e Crocifissione. A pensarci bene … questa è la Vita… e quanto è stato detto prima: stupore, gioia, tenerezza che si accavallano a pianto, dolore, morte.
Credo di aver capito Giovanni, dopo le parole del Cristo, la figura all’ombra della Croce, le “solite” due mani che rispettivamente indicano fermezza e riflessione.
E la mano del discepolo di Emmaus non è forse la mia che cerca (per ora invano…) di afferrare il Cristo in tutta la sua pienezza? E di conseguenza, perché non provare una punta di rammarico per non essere intorno a quella “Luce” che si sprigiona prepotentemente da chissà dove; la linea elicoidale immaginaria che unisce i componenti nella “Pentecoste”, è premonitrice di un “andare”, di un esaltare con e attraverso la “Parola”.
E’ l’Apoteosi evangelica del percorso della Parola; quella parola che a me interessa trasformare come fosse una preghiera: perché la preghiera è dei generosi, non degli egoisti; è degli umili non degli arroganti; è dei semplici non dei superbi.
“… perché ha guardato all’umiltà della Sua serva…” (Luca-Magnificat).
Dio, come è tardi… mi sono lasciato trascinare dalle riflessioni che non so quanto potranno interessare, però…
E poi, perché tardi, tardi nei confronti di cosa e di chi…
Fare tardi vuol dire aver perso del tempo? Ho forse perso tempo riflettendo sul mio personale modo di pregare…?
Il mio linguaggio è questo. Colore, forme, ombre, luci… e spero che sia comprensibile più nella sua lettura interiore che non nelle sue forme estetiche.
“Fate silenzio! Ascoltate gli umili che avanzano nella luce” (M.P. Mussorgskij).
Spero sempre negli ultimi perché sanno leggere e, soprattutto, ascoltare, perché non si soffermano mai sul decoro di una veste o sulla forma della luna, ma vedono l’anima di quella veste e l’intensità di tutto il cielo.
Dio mi ha dato un grande dono, e non so ancora se lo merito o meno, ma prima che eventualmente ci ripensi cercherò di usarlo, soprattutto in questo ormai troppo lungo tempo vuoto che viviamo, come mezzo e non come fine.
Anche se fossi un punto interregativo, in una marea di certezze telecomputerizzate, mi dà un senso di serenità essere “semplicemente io” che non un “saccente qualunque”. Spengo la sigaretta.
Spengo le luci del S. Pio X di questo “porto passivo” dei tanti in cui ho l’occasione straordinaria ogni tanto di approdare.
Vicino alla porta d’ingresso mi volto e rivedo quel flebile bagliore centrale. E’ bello vedere una luce in tanto buio, ti rassicura, ti incoraggia.
Potrebbe anche esaltarti tanto da farti pensare ad un tuo omonimo, ben più grande, ben più luminoso. Che follia!
Ma al tempo stesso mi tornano in mente le parole del… Grande Vecchi, dell’amico poeta Mario Luzi parlando di S. Paolo: “… la sua parola di fede sfida ancora le inerzie e le ignavie per cui l’uomo si adegua e si rassegna all’errore e all’iniquità”.
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