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La lettura del Dipinto

La figura che subito colpisce chi entra nella nostra chiesa, è l’immagine del Risorto .
La sua posizione al centro del dipinto non è casuale ma ha valore simbolico: la Resurrezione di Cristo è il centro della nostra fede, è verso di Lui che convergono le altre scene rappresentate ed è Lui che le illumina diventando la fonte di luce per tutto il dipinto. L’idea che sta alla base della raffigurazione del Risorto è infatti quella di rappresentarlo come luce del mondo: così come viene proclamato solennemente nella notte di Pasqua durante la liturgia del lucernario.
Noi infatti non abbiamo dai vangeli la descrizione dell’evento della resurrezione, ma possiamo farcene un’idea da quella che è stata una sorta di prefigurazione che Gesù diede ai suoi discepoli: la Trasfigurazione. Nel raccontarci questo episodio gli evangelisti mostrano un Gesù sfolgorante, le cui vesti sono bianchissime e il cui volto ha lo splendore del sole.

Così l’artista ha cercato di raffigurarlo dipingendo un corpo luminoso, tanto che quasi se ne perdono i contorni, un corpo nel quale però possiamo ancora riconoscere i segni della passione. Ai piedi del Cristo vediamo delle rocce spaccate che sembrano lanciate dalla deflagrazione di un’esplosione.
Questa esplosione, che poi si espande nel cielo ed investe tutto il dipinto, esprime l’energia, la potenza della resurrezione e le rocce squarciate rappresentano il sepolcro di Cristo aperto, segno della sua vittoria sul peccato sulla porte. Nel suo primo discorso, il giorno di pentecoste, Pietro dice di Gesù: “Dio lo ha resuscitato”; il capo del risorto verso l’alto e le mani alzate verso il cielo rivelano proprio questo abbandono di Cristo nelle braccia del Padre e ci presentano la risurrezione  non come vittoria personale di Gesù, ma come dono del Padre in risposta alla obbedienza del Figlio.

La prima scena, in senso cronologico, del dipinto è l’annunciazione.
Essa ci invita a contemplare il mistero dell’incarnazione, ci ricorda l’entrata di Cristo nel mondo. La figura all’estrema destra di chi guarda è l’arcangelo Gabriele, essere celeste che sembra quasi intessuto di cielo. La luce che lo illumina viene dal didentro per indicarci che è la Parola che porta ad essere luce. Con la mano sinistra indica lontano, quasi a mostrare un progetto che viene da distante, che attraversa tutta la storia d’Israele e il dialogo tra Dio e il suo popolo, per arrivare a Dio stesso e al suo progetto d’amore sull’uomo.
Questa storia di salvezza intessuta tra Dio e il suo popolo viene raccolta dall’annuncio dell’angelo e consegnata alla disponibilità della Vergine di essere strumento del Signore: è la mano destra dell’angelo che ci mostra questo dono. Nel volto di Maria leggiamo il suo stupore di fronte a questo annuncio, le sue mani esprimono, nei loro gesti, le due frasi che il vangelo di Luca riporta nel suo dialogo con l’angelo.
La mano sinistra sembra quasi suggerire:”come è possibile? Non conosco uomo”, mentre la mano destra aperta per accogliere ci ricorda le parole: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. Questa mano aperta indica, per terra, tra le rocce, il rotolo di un libro nel quale è riportata una profezia del profeta Isaia: “ecco la vergine concepirà e partorirà un figlio…”.

Questa parola, che si è avverata con l’annunciazione, ci presenta Gesù come compimento delle Scritture ed insieme Maria come modello perfetto di coloro che ascoltano la Parola di Dio. Sullo sfondo, fra le colline, scorgiamo appena Nazaret, città mai citata dalla Bibbia prima dell’annunciazione, ad indicarci lo stile di Dio che sceglie ciò che è povero e umile, ciò che è piccolo e disprezzato dal mondo.
Nella scena della crocifissione Gesù è già morto: il suo corpo, inchiodato alla croce nei polsi (è un richiamo alla sindone), non si sostiene più ed è afflosciato, la morte dei crocefissi, in genere, avveniva per soffocamento causato dal fatto che il peso del corpo schiacciava i polmoni ed impediva di respirare. Nel suo fianco vediamo il segno del colpo di lancia, inferto per verificarne il decesso; il capo già illuminato dalla luce della resurrezione e reclinato, in una posa che ne sottolinea l’abbandono nelle mani del Padre dopo aver donato tutto di sé, tutta la sua vita ed il suo Spirito. La veste rossa, che gli cinge i fianchi, ci fa pensare al sangue versato per noi, ma il rosso è anche il colore dei re: Cristo re regna dal trono della croce. Ai piedi delle croce due dadi sopra una veste ricordano come i soldati romani abbiano tirato a sorte la tunica di Gesù per non dividerla: sono un invito all’unità a non lacerare la comunità cristiana con le nostre divisioni.

Sopra la croce nel titolo non c’è scritto il tradizionale J.N.R.J ma vi leggiamo dei caratteri ebraici; la condanna di Gesù era scritta in greco latino ed ebraico. Sono le quattro lettere che compongono il tetragramma divino, JHWH, il nome che Dio ha  rivelato a Mosè dal roveto ardente: nel crocifisso noi riconosciamo la piena rivelazione del nome, dell’identità di Dio. Ai lati del crocifisso l’Addolorata e S. Giovanni affidati reciprocamente l’uno all’altra da Cristo in croce.
Nessuno dei due guarda verso la croce, il sacrificio di Gesù si è ormai compiuto e S. Giovanni si sta incamminando con decisione indicando con la mano destra la terra: dall’aver contemplato l’amore di Dio, manifestato nella croce nasce per il cristiano l’impegno di vivere la stessa carità nel mondo.
Maria è il personaggio più in primo piano di tutta la scena: il dolore, nel quale è raccolta e del quale è quasi avvolta, l’ha resa madre di tutti gli uomini, e per questo è il personaggio più vicino a noi.
L’incontro del risorto con i discepoli di Emmaus non a caso si trova raffigurato in prossimità del luogo dove si custodisce l’eucarestia.
E’ qui rappresentato il momento in cui i due discepoli riconoscono il Signore nello spezzare il pane e questi scompare dalla loro vista.
Il Cristo raffigurato mentre sta sparendo è il Crocifisso risorto, in Lui si possono riconoscere i segni della passione. Il segno rosso sul suo fianco è, infatti, un richiamo alla ferita del cuore di Gesù.

Se prolunghiamo idealmente, passando dietro la sede, la roccia che fa da mensa per questo banchetto, vediamo che essa si congiunge con la roccia del Calvario, a ricordarci che il sacrificio eucaristico e il dono della sua vita, che Cristo a fatto sulla croce, sono la stessa cosa e che quel corpo martoriato e donato per noi è lo stesso pane spezzato che riceviamo nell’eucarestia. Anche il segno bianco e rosso sopra la mensa è un richiamo alla crocifissione: l’evangelista Giovanni dice, infatti, che dal cuore trafitto di Gesù uscirono sangue ed acqua, simbolo dei sacramenti della Chiesa. I due discepoli sono colti in un momento di dialogo tra loro: quello di destra stupefatto indica il Cristo quasi a voler dire al compagno: “E’ il Signore, hai anche tu riconosciuto il Cristo nel nostro compagno di viaggio?”, risponde quello di sinistra, indicando il tabernacolo: “E’ qui, in questo pane spezzato, che ora noi incontriamo il Cristo. In questo pane è racchiusa la sua presenza”.
Il bastone appoggiato tra le rocce è lo strumento del viandante, ci ricorda che l’incontro con il Signore è avvenuto durante il cammino e che anche noi siamo invitati a scorgere la presenza di Cristo nel cammino della nostra vita.
Questo non è infatti un vagare a caso, ma è un pellegrinaggio, un camminare verso una meta, verso l’incontro con Dio: sul bastone è perciò legata una conchiglia, simbolo del pellegrinaggio, per indicare proprio questo (nel medioevo il pellegrinaggio più importante era quello verso Santiago de Compostela. I pellegrini, una volta arrivati al santuario galiziano, prolungavano il loro viaggio fino alla costa atlantica dove raccoglievano una conchiglia che poi portavano con sé, come segno del loro pellegrinaggio. Da questa usanza la conchiglia è diventata l’insegna di tutti i pellegrini).

L’ultima scena che chiude il ciclo rappresenta la discesa dello Spirito Santo su Maria e gli apostoli nel giorno di Pentecoste.
L’insieme, ad un primo sguardo, può sembrarci scomposto ma questo gruppo di apostoli, i cui gesti e sguardi sembrano non avere un punto di convergenza, ci presenta l’azione dello Spirito così come è descritta da Gesù nel dialogo con Nicodemo:  “ il vento soffia dove vuole e ne senti la voce, ma non sai di dove viene né dove va: così è di chiunque è nato dallo Spirito”. La chiesa suscitata dallo spirito non come uniformità, ma come comunione di diversità, come comunione dei carismi che lo Spirito dona a ciascuno. Questa comunione la possiamo scorgere anche nel gruppo degli apostoli disposti in modo da formare una spirale che parte dall’apostolo in basso a sinistra e che sale fino a terminare nel braccio dell’apostolo più in alto; questi, con la mano, indica, facendo un tre con le dita, la colomba dello spirito, manifestazione della terza persona della Santissima Trinità.
Maria mostra con i suoi gesti raccolti una familiarità con l’azione dello Spirito Santo, ciò che questi un tempo aveva fatto nel suo ventre, ora lo rinnova nella comunità ecclesiale, facendola diventare il corpo di Cristo.
La luce dello Spirito emerge con la forza nella parte inferiore del gruppo illuminando i piedi degli apostoli: è Lui ad illuminare i nostri passi sulle vie del mondo e della storia.

Nell’angolo in basso a destra per terra vediamo appoggiate delle spighe ed un ramo di palma. Le spighe sono un richiamo alla festa ebraica della pentecoste, durante la quale si ricordava il dono della legge e si ringraziava Dio per il raccolto dei cereali, presentando al tempio un covone di grano; insieme però sono anche segno della messe alla quale i discepoli di Gesù sono invitati.
La palma, attributo dei martiri, indica tutta la testimonianza di santità cresciuta nella Chiesa, proprio grazie al dono del Paraclito. Alla stessa idea allude anche la presenza tra gli apostoli di S. Pio X (in alto a sinistra), patrono della nostra comunità.


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